Archivi digitali degli architetti: selezione vs obsolescenza

Nell’ottobre 2015, lo studio di architettura olandese MVRDV ha donato all’Het Nieuwe Instituut (HNI) di Rotterdam parte del proprio archivio digitale. L’episodio segna la prima acquisizione di materiali non cartacei da parte dell’Istituto olandese, e diventa al contempo un’occasione cruciale per tutte le istituzioni che nel mondo si occupano di patrimonio progettuale, per riflettere sull’evoluzione che si sta prospettando nella gestione e divulgazione delle collezioni di architettura contemporanea. Ne parliamo con Suzanne Mulder, che ha supervisionato il trasferimento dell’archivio di MVRDV.

L’archivio digitale donato da MVRDV consiste in 8 terabyte di materiale, relativi a 400 progetti, dal 1993 al 2008: che tipo di documenti avete ricevuto?

La donazione include diversi tipi di file e software largamente utilizzati nella produzione architettonica come AutoCAD, Vectorworks, Rhino, Quark Express e Adobe Photoshop, o quelli adatti al disegno parametrico, come FormZ, Rhino and Grasshopper – applicato principalmente ai progetti urbani a grande scala – e originato nei datascapes: un concetto creato da MVRDV, grazie al quale hanno guadagnato riconoscimento internazionale negli anni ’90. Inoltre l’archivio contiene email, documenti word e excel, animazioni, oltre ad alcuni modelli e documenti cartacei. E’ particolarmente notevole la capacità di MVRDV di sviluppare propri software come Function Mixer, Regionmaker, Climatizer a cui siamo particolarmente interessati perché sono elementi determinanti nei processi progettuali dello studio. La loro architettura è di fatto la conseguenza della loro ricerca, da sempre condotta attraverso lo strumento del computer in qualsiasi ambito – culturale, economico e ambientale. In questo momento stiamo valutando quali file e programmi mantenere e rendere accessibili nel formato attuale, e quali invece convertire in formati più facilmente leggibili. Credo che, come istituzione che si occupa di patrimonio, la nostra attenzione debba essere indirizzata alla conservazione dei software programmati ad hoc dallo studio.

Rispetto alla donazione, l’intenzione di HNI non è assorbire tutto il materiale ma farne una selezione. Quali sono i criteri per gestire un archivio come quello di MVRDV?

Saper selezionare è fondamentale per gli archivi digitali, come anche per i cartacei. In HNI esiste una politica di acquisizione, descritta nel documento Making Choices che delinea il contesto in cui muoversi rispetto agli archivi dal 1960 a oggi: una mappatura creata da storici dell’architettura che ne illustra il ruolo rispetto al contesto economico e politico di un dato periodo, e propone un metodo per comprendere come riconoscere ciò che è importante collezionare. La nostra collezione inoltre si concentra sul valore creativo e culturale dell’architettura, dell’urbanistica e del paesaggio. Questo significa che più che agli aspetti tecnici del progetto, siamo interessati al processo che lo definisce.
Perché un aspetto caratteristico dell’approccio di HNI è conservare non solo i disegni o i modelli di progetti completi ma porre l’attenzione ai materiali sussidiari che contengono le informazioni sul processo progettuale e il contesto in cui l’architettura si inserisce. Un approccio differente per esempio dal Centre Pompidou, che di MVRDV possiede plastici, intesi come autonome forme d’arte. Gli archivi non cartacei implicano una maggiore necessità di selezione, vista l’esorbitante quantità e la vita limitata dei materiali digitali. Se si fanno passare anni per affrontare la produzione degli studi di architettura contemporanei, è probabile che in quel tempo tutto ciò che si trova negli hard disk dei loro computer non sia più leggibile. Oggi, molto più che in passato, è necessario comprendere in anticipo cosa collezionare; non è più possibile attendere anni per creare le collezioni. Nell’archivio MVRDV abbiamo riscontrato su alcuni CD, materiali non leggibili. Questo per dire come con il digitale è necessario avere la capacità di assicurare l’accesso alla documentazione per un periodo di tempo lungo.

Per costruire un buon archivio digitale, come si possono unire gli strumenti tradizionali a quelli innovativi?

La digitalizzazione è spesso ancora vista come un’attività sperimentale, addirittura un’opzione. All’HNI l’obiettivo prioritario è garantire la sostenibilità del digitale: l’attenzione è mantenuta sugli aspetti strutturali come la conservazione e l’organizzazione dell’esistente, ma migliorando il sistema d’informazioni. Ora stiamo lavorando ad un sistema e-depot pensato specificamente per archivi digitali. E ad aprile abbiamo iniziato un progetto pilota con cui divulgare la conoscenza della materia ed individuare i migliori metodi di acquisizione, organizzazione ed accessibilità per il digitale. Stiamo anche valutando la possibilità di creare un modello che renda l’archiviazione e la conservazione maggiormente condivise rispetto al passato. Un’idea per ora teorica ma interessante è “l’archivio senza muri”, in cui le informazioni rimangono all’autore ma sono accessibili e disponibili in tempo reale. In questo scenario, non esisterebbero più archivi fisici: la responsabilità della gestione a lungo termine rimarrebbe all’autore; mentre le informazioni, trasferite su cloud, sarebbero consultabili tramite motori di ricerca.

Per uno studio di progettazione, la donazione di un archivio ad un soggetto come HNI significa confrontarsi con un’istituzione sulle strategie di gestione: MVRDV ha intenzione di condividere con HNI nuovi metodi di archiviazione?

La collaborazione con gli studi è fondamentale. In questo caso, con MVRDV stiamo lavorando insieme per definire soluzioni e individuare metodi che siano efficaci per lo studio e utili per i ricercatori interessati alla loro produzione. Uno dei problemi riscontrati con il loro archivio è una certa mancanza di organizzazione, in particolare tra il materiale più vecchio. La qualità di un archivio è determinata in larga misura dal modo in cui è organizzato, e questo dice molto sul metodo di lavoro dello studio. Perché una volta acquisito dalle istituzioni, un archivio mal organizzato può portare a problemi nella selezione, conservazione e accessibilità.

Che tipo di risorse possiede HNI per rendere le collezioni digitali pubblicamente accessibili?

HNI ha messo a punto una serie di metodi, processi e protocolli per la conservazione di questo tipo di collezioni. E in ogni caso, la gestione di materiali nativi digitali necessita di metodologie, tecnologie e competenze specifiche. Recentemente, HNI ha intrapreso un progetto pilota di conservazione digitale (Digital Preservation Pilot Study) che definisce un piano per l’acquisizione, la gestione e la conservazione degli archivi digitali e per come renderli consultabili. Lo studio fa parte di Preservation, un dossier del Digital Heritage Network nato da un’iniziativa del ministero della Cultura e disponibile dal prossimo autunno.

Pensa che i musei siano i soggetti destinati a fornire nuovi strumenti per una buona gestione di archivi, o invece debbano farsi promotori di network tra diverse competenze?

Come istituzione, senza dubbio, i nostri obiettivi non sono raggiungibili senza un network di competenze. NHI fa parte del National Network for Digital Preservation fondato nel 2008 da organizzazioni pubbliche dedite alla conservazione dei dati digitali, e con la missione di sviluppare e implementare a livello nazionale le conoscenze relative al patrimonio digitale.

Suzanne Mulder è storica dell’arte, laureata presso l’Università di Amsterdam, curatrice di diverse mostre di architettura al Netherlands Architecture Institute e al Het Nieuwe Instituut di Rotterdam. Attualmente è responsabile del centro per l’architettura Dudok a Hilversum. Tra le sue pubblicazioni, Dutch Architecture in 250 Highlights e Keuzes Maken (Making Choices) an Narrative Environments.

Pubblicato per la prima volta sul Giornale dell’architettura