Margherita Guccione: così al MAXXI mostriamo gli archivi

Attualmente la situazione degli archivi professionali degli architetti si trova ad un notevole punto di svolta, non solo per la nuova attenzione di cui sono oggetto ma soprattutto per il carattere eterogeneo dei materiali che ne costituiscono il corpus, dovuto all’utilizzo preponderante delle nuove tecnologie informatiche. Ed è soprattutto la produzione digitale, con l’estrema varietà di documentazione prodotta, che impone di riflettere su aggiornate strategie di valorizzazione e conservazione, adattandole all’evoluzione dei processi progettuali. Se, finora, particolare attenzione è stata riservata al recupero dei fondi e documenti dei progettisti del ventesimo secolo, questa inchiesta intende interrogarsi sulla consapevolezza del valore dei patrimoni archivistici che in questo momento si vanno costituendo. Gli architetti e le istituzioni sono coscienti delle differenze e delle difficoltà poste dalla produzione di documenti digitali? E sono capaci di pianificarne la gestione?

La valorizzazione e conservazione degli archivi di architettura del Novecento e contemporanea rientrano da sempre tra le priorità del Museo MAXXI. In particolare, il Centro Archivi è concepito come luogo per la cura e la gestione delle collezioni di architettura, permettendone lo studio attraverso la consultazione diretta dei documenti e data-base. Ci può tracciare un breve excursus sul patrimonio che ad oggi costituisce il Centro?

Il patrimonio del Centro Archivi è costituito dalle Collezioni del Museo che rispondono alla duplice missione assegnata al MAXXI Architettura, di essere al tempo stesso un museo storico e un museo contemporaneo. Storico perché rivolto al Novecento, considerando le opere, i personaggi e le storie che lo hanno attraversato. Contemporaneo perché rivolto al presente, alle esperienze più interessanti e innovative, ai temi emergenti dell’architettura nelle sue relazioni con l’attualità. La costituzione del patrimonio riflette questa fisionomia e la storia stessa del Museo, la sua nascita e le sue attività. Le collezioni sono state avviate nel 2002 con l’acquisizione degli archivi di Carlo Scarpa e di Aldo Rossi e sono cresciute con diverse modalità: acquisti, donazioni, comodati, committenze e produzioni. Il catalogo delle Collezioni, che presentiamo il 10 maggio, documenta tutti gli autori e testimonia la natura e il senso di quanto è stato fatto in questi anni. Il MAXXI Architettura inoltre fa parte dell’Associazione AAA/Italia, un network molto importante tra i soggetti pubblici e privati che si occupano di archivi di architettura, perché permette di discutere e condividere strategie, standard e strumenti per la conservazione e la valorizzazione dei fondi, svolgendo un’azione significativa per sensibilizzare il pubblico su questi temi.

La collezione del XXI secolo include diversi progettisti viventi (come ABDR, Studio Fuksas, 5+1AA, IaN+). Come è avvenuta la selezione delle loro opere?

L’idea è dare rilievo alle esperienze progettuali più significative, spesso in relazione alle linee di ricerca che il Museo porta avanti esercitando un pensiero critico sul presente. Con gli studi selezionati apriamo un dialogo, dando spazio alle scelte espresse dai progettisti stessi sulla rappresentatività dei loro lavori. Il rapporto diretto è quindi un valore aggiunto in quanto l’acquisizione diventa in un certo senso un autoritratto. Il dialogo si sviluppa ulteriormente nella scelta dei materiali, disegni, modelli, schizzi sulla base di un’indicazione del Museo che è interessato al processo progettuale e ideativo. Naturalmente il Museo privilegia pezzi con un potenziale comunicativo immediato, per esempio i modelli.

Che tipo di relazione instaura il Museo con i progettisti viventi?

Il rapporto con il Museo sviluppa una maggiore consapevolezza del valore dei documenti progettuali. Le potenzialità delle tecnologie digitali dilatano la produzione e l’accesso, ma proprio per questo il confronto con una selezione significativa, richiesta dal Museo, impone una continua valutazione critica sul proprio lavoro e sui materiali che meglio lo rappresentano. Anzi, a volte i progettisti colgono l’occasione di un’esposizione per una produzione ad hoc, svincolata dalla fase progettuale. È evidente che il confrontarsi con un futuro archivio e con progettisti viventi, cambi la percezione della materia che si va ad acquisire.

Quali sono i criteri che il MAXXI ritiene necessari per acquisire un archivio?

Le scelte alla base di ciascuna acquisizione sono molteplici e spesso diverse caso per caso. Per il Novecento, nella scelta si deve ovviamente ravvisare un carattere di rilevanza storica tout court, come nel caso della recente acquisizione dell’Archivio Monaco Luccichenti. O la coerenza e la possibilità d’integrazione tematica, tipologica o formale con altre opere presenti in archivio: la nostra linea di ricerca sull’ingegneria è un esempio evidente. Questo può significare anche selezionare solo specifici progetti da acquisire nell’ottica di una ricerca o di un’esposizione. Tali indicazioni si applicano anche ai materiali contemporanei, e in questo caso l’acquisizione può avvenire a posteriori, in seguito a un’esposizione curata dal Museo. Ciò che noto stia avvenendo, è una sorta di ribaltamento nell’approccio dell’acquisizione : sarà sempre più importante saper scegliere – ovvero anche escludere – piuttosto che includere grandi quantità di materiali. Oltre che soggetti conservatori, gli enti museali diventano così soggetti critici, capaci di attuare una selezione ponderata tra i materiali del patrimonio degli architetti contemporanei,ovvero gli archivi di domani.

Da questo punto di vista, non si può non considerare il valore prezioso del materiale progettuale digitale, che rappresenta la modalità attualmente più diffusa di produrre documentazione. Quali esperienze avete a riguardo?

Nella nostra collezione sono presenti diversi materiali in formato digitale, quasi del tutto relativi ai progetti per installazioni site specific commissionate dal Museo in occasione di mostre. E le acquisizioni più recenti, come per Modus Architects o Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, sono caratterizzate da documentazione per lo più digitale. I materiali donati da Cannizzo sono interamente digitali: ideogrammi, schemi funzionali e disegni alle varie scale, fino agli esecutivi e al cantiere. Anche le campagne fotografiche, da Hélène Binet ad Armin Linke, sono prodotte direttamente in formato digitale. Per i Modus, parlerei di “tecnica mista” in cui la manualità del disegno o del modello è affiancata dall’utilizzo del computer. E ritengo quanto mai efficace poter inserire all’interno della riflessione archivistica il tema della documentazione digitale. È indispensabile confrontarsi con questo aspetto per poter strutturare archivi e collezioni del futuro, e far sì che la loro conservazione e l’esposizione non si limiti ai sempre più rari documenti materici.

Tra i diversi aspetti da considerare rispetto al digitale, c’è l’accessibilità dei documenti che, al contrario del cartaceo, è resa ostica dalla tipologia stessa della documentazione. Questo implica maggiori capacità da parte dei musei nel ricevere, e da parte dei progettisti nel donare il materiale. Quali sono le figure professionali che compongono la squadra del Centro Archivi?

La gestione dei dati digitali, sia born digital sia riproduzioni di documenti storici, è un tema scottante per le istituzioni che conservano archivi di architettura. E non è tanto la consultazione, quanto la conservazione a porre dei problemi. Se l’accessibilità ai documenti è infatti facilitata e non complicata dalla loro natura digitale, temi come l’originalità, l’autografia, la riproducibilità rimangono questioni aperte, in relazione alle quali il MAXXI da anni sta contribuendo al dibattito, attraverso incontri e seminari dedicati. La squadra del Centro Archivi si avvale di volta in volta del confronto con esperti e altre figure professionali. In questo senso, le istituzioni che riconoscono la ricerca come punto di avvio di riflessioni intorno all’ architettura contemporanea, avranno l’opportunità di farsi portatori di una nuova attitudine strategica, ovvero la capacità d’intercettare le competenze nuove che rendono possibili lo sviluppo delle modalità di raccolta, conservazione e divulgazione dei materiali documentali.

Legato al digitale, è il tema dell’esposizione degli archivi, centrale per un museo come il MAXXI che sviluppa la parte espositiva spesso in modo estremamente aderente alla documentazione progettuale. In che modo vi state preparando alla sfida di comunicare collezioni digitali?

È un tema che c’interessa molto e sul quale stiamo attivando anche con la rete di AAA Italia una serie d’incontri e seminari per sviluppare nuove strategie di valorizzazione e promozione degli archivi degli architetti. Se penso a quanto tra la fine del ventesimo e i primi del ventunesimo secolo questo ambito fosse di nicchia, e come anche tra gli architetti fossimo davvero pochi a lavorare per “salvare” gli archivi riconoscendone un valore ancora da esplorare, abbiamo fatto progressi. Ecco, a distanza di 20 anni mi sembra cresciuta la sensibilità intorno a questi temi, ma chiaramente solo rendendo questo ambito dell’architettura “accessibile” potremo dire di riuscire a comunicarlo. Le strade sono molte e i linguaggi della comunicazione contemporanea ci vengono incontro. Ma la domanda è sempre la stessa: riusciremo a comunicare l’architettura, rompendo la barriera d’incomunicabilità che spesso ci viene rimproverata? Chiudo con questa speranza che è allo stesso tempo un mio obiettivo.

Architetta, è direttrice del Museo di architettura (MAXXI Architettura) nel MAXXI_Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma. Responsabile delle collezioni di architettura, ha attivato le acquisizioni degli archivi di alcuni dei principali architetti del Novecento e di rilevanti disegni, modelli e installazioni di architetti contemporanei. Dall’apertura del MAXXI cura la programmazione delle mostre e delle attività scientifiche e culturali. Dal 2014 è presidentessa dell’Associazione nazionale archivi di architettura (AAA/ITALIA). È autrice di numerosi scritti e saggi sull’architettura e su temi e problemi di museografia contemporanea. Tra le principali pubblicazioni: Patrimonio culturale e disastri. L’impatto del sisma sui beni monumentali (1998), Zaha Hadid, opere e progetti (2002), Documentare il contemporaneo, gli archivi degli architetti (2002), Il ponte e la città, Sergio Musmeci a Potenza (2003), Alessandro Anselmi, piano superficie progetto (2004), Giancarlo De Carlo, le ragioni dell’architettura (2005), Archivi e Musei di architettura (2009), Materia grigia, il racconto della costruzione (2010), Come sarà il museo del futuro? Lezioni di museografia contemporanea (2012).

Pubblicato per la prima volta sul Giornale dell’architettura